Giovedì, 20 Settembre 2018

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AGRICOLTURA - CIA A SOSTEGNO “PROGETTO NOCCIOLA ITALIA”

Lunedì, 09 Aprile 2018 15:05 Written by

Il “Progetto Nocciola Italia” promosso dalla Ferrero per una nocciola di qualità e una filiera sostenibile, tutta italiana, a supporto dell’intero comparto agricolo con 20 mila ettari di nuove piantagioni da sviluppare entro il 2025, rappresenta un’opportunità per gli imprenditori agricoli della Basilicata dove da anni è in produzione lo stabilimento di Balvano, una tra le realtà produttive più importanti del Gruppo alimentare italiano e della regione. E’ quanto sottolinea la Cia-Agricoltori di Basilicata evidenziando l’esigenza di fare il punto sullo stato di attuazione dellaccordo di programma sottoscritto nel 2015 da regione, Ismea e Ferrero con il quale si prevede lo sviluppo della corilicoltura in Basilicata. I dati della produzione di nocciole di fonte Istat sono fermi al 2010: gli ettari coltivati a nocciolo erano solo due, tutti in provincia di Potenza, con un raccolto stimato di soli 43 quintali. La situazione del comparto nel corso degli anni è migliorata ma c’è un potenziale enorme da sfruttare sul piano di nuove coltivazioni in tante aree vocate e in quelle in abbandono o comunque sottoutilizzate, in particolare delle zone interne.

Sempre l'accordo Ferrero - Basilicata – Ismea, che continua ad essere una buona base di partenza, favorisce il consolidamento di una efficiente filiera agroindustriale, realizzando azioni volte alla promozione di uno sviluppo sostenibile. La Regione, dal canto suo, mediante il Programma di sviluppo rurale 2014-2020, è impegnata a contribuire a sostenere ed ad incentivare il comparto della nocciola, mentre Ismea a mettere a disposizione le proprie competenze nel settore anche nella fase di realizzazione del progetto tramite i propri strumenti istituzionali di sostegno anche economico-finanziari. Ferrero si rende disponibile a cooperare per lo sviluppo del progetto prevedendo la stipula di contratti di fornitura con gli agricoltori.

Non si sottovaluti che il nostro Paese rappresenta oggi il secondo player a livello mondiale con una quota di mercato di circa il 12% della produzione globale di nocciola e segue a distanza la Turchia che rappresenta il 70% del mercato complessivo. L’Italia però ha un grande potenziale di sviluppo grazie ad un territorio che, da Nord a Sud, è particolarmente vocato alla coltivazione di eccellenti varietà di nocciola. Ad oggi in Italia vengono dedicati oltre 70.0000 ettari di terreno alla coltura della nocciola, con una produzione media di nocciola in guscio di circa 110.000 tonnellate/anno (dato medio/anno ultimi 10 anni). Il risultato auspicato dal Piano Nocciola Italia è quello che, entro 7 anni, 20.000 ettari di nuovi noccioleti (+30% circa dell’attuale superficie) possano essere sviluppate. Sebbene la Ferrero soddisfi i propri bisogni di nocciole fornendosi da aree produttive localizzate in varie parti del mondo, mediante il Progetto Nocciola Italia una specifica attenzione sarà rivolta alla produzione italiana. 

 

L'amaro dei Lucani. Storia di quel liquore nato tra i biscotti.

Mercoledì, 10 Gennaio 2018 09:05 Written by

Stava per partire per l’America, Pasquale VenaStava per imbarcarsi assieme ai suoi fratelli. Vuoi perché il lavoro mancava, vuoi per il mito, l’idea, il sogno di salpar l’Oceano. Vuoi perché il figlio del vicino ce l’aveva fatta, lì in America.

BIODEGRADABILI - Gli antichi Romani, la spesa, dove la mettevano?

Venerdì, 05 Gennaio 2018 09:23 Written by

Impazza la questione dei biodegradabili per la frutta; d'altro canto è già da qualche anno che, in effetti, paghiamo i sacchetti della spesa. Ma Santippe, Cornelia, le donne romane o magnogreche che passeggiavano per i mercati della Policoro antica, le mele, dove le mettevano? Ne abbiamo parlato con Anna ed Annarita, giovani archeologhe policoresi della Soc. Coop. "HERA" a.r.l..

Ragazze, insomma, questa spesa come si portava a casa nell’antichità?

Dalle fonti iconografiche possiamo desumere che le donne dell’antica Roma girassero per i mercati con ceste, generalmente di paglia, e anfore o contenitori simili in caso di acquisto di liquidi. Insomma è plausibile supporre che l’uso di andare a far la spesa avendo cura di portare con sé la “sportina” non sia stata di certo una nostra invenzione!

 

Accumuli di cibo comportano accumuli di rifiuti. Le lische delle alici diventavano garum, la cenere dei fornelli diventava detersivo. A casa Cicerone in quale altro modo si faceva la differenziata?

In un certo senso la forma mentis degli antichi preveniva il riciclo stesso. La parola chiave era: conservare! Conservare soprattutto il cibo per avere scorte sempre disponibili durante tutto l’anno. Essiccazione, affumicatura e molte altre tecniche ben documentate ne sono la prova. Però, parlando di riciclo in senso stretto e uscendo dai confini della domus, c’era una pratica a dir poco singolare: il riuso delle urine. È chiaro che soltanto l’idea risulta raccapricciante, eppure secondo quanto riferitoci da Columella le urine erano preziose per alcune terapie veterinarie e per migliorare la coltivazione del melograno. Pare che fossero quasi miracolose anche per sbiancare le toghe nei cicli di lavaggio. Insomma, davvero possiamo dire che i Romani non sprecavano proprio nulla!!

 

Bologna – notizia degli scorsi giorni – accoglie i rifiuti della Capitale. Nell’antica Roma, invece, i rifiuti sono mai stati un problema?

Purtroppo si! Non abbiamo notizie dettagliate su dove fossero riversati e smaltiti i rifiuti, ma la lex Iulia Municipalis del 45 a.C. fa riferimento all’utilizzo di "carri per l’immondizia". Una buona parte di rifiuti era eliminata attraverso le fogne, di cui tutte le grandi città erano munite. Tuttavia, pare che di notte, dalle finestre, si gettasse qualsiasi cosa, al punto che Giovenale in una delle sue composizioni raccomanda di fare testamento prima di uscire di casa con il buio poiché al malcapitato di turno poteva piovere addosso di tutto!...

 

Curiosità: spesa, mercato, cibo. Cosa preparava la donna romana nel giorno della dea Diana (quella che poi è diventata la nostra Epifania)?

Per i nostri cari Romani il periodo che va sostanzialmente dalla metà di dicembre a gennaio era periodo di festa. Il 20 dicembre, ad esempio, si celebrava la festa dei sigillaria, in cui parenti e amici si scambiavano doni di buon augurio. In questa occasione ai bambini si regalavano delle bamboline a tre seni, probabile riferimento alla Diana efesina o alla dea latina Strenna, realizzate con un impasto molto dolce simile al nostro marzapane. È possibile pensare quindi che già in età antica questo fosse il periodo in cui ci si concedesse qualcosa in più del solito anche dal punto di vista alimentare.

La nostra Epifania, come molte altre festività, affonda le sue origini nel mondo pagano. Era la festa che celebrava la vegetazione che spuntava con il nuovo anno, una sorta di rinascita della Natura a cui era legata la dea Diana. Proprio lei, secondo la tradizione, volava di notte nella prima settimana di gennaio con il suo corteo di ninfe sui campi per scongiurare il pericolo di grandine che avrebbe compromesso i raccolti.

 

Le nostre nonne insegnano a non buttare via niente e dal pane raffermo, ad esempio, ricavavano le polpette. I Romani, invece, come se la cavavano in fatto di "riciclo" del cibo?

Apicio ci fornisce la ricetta di un dolce ottenuto con il pane raffermo che consiste nel bagnare il pane raffermo nel latte, friggerlo e cospargerlo con il miele. Sempre a proposito di riuso mi viene in mente che è documentato l'uso delle fecce di vino nella cosmesi, per tingere le labbra a mo’ di rossetto.

 alba gallo

 

CIBO - Cosa mangiano gli Italiani per l’Epifania?

Giovedì, 04 Gennaio 2018 10:49 Written by

Tutte le feste porta via, va bene. Ma cosa mangiano gli Italiani il sei gennaio?

Festività dalle origini pagane, per molti popoli antichi - l’Epifania - coincideva con l’inizio del nuovo anno.

Festeggiata bruciando un pezzo di legno per allontanare le privazioni del passato, si celebrava in alcune zone della penisola portando a tavola i propri animali d’allevamento.

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CIBO - Per l’VIII sagra della castagna di Tramutola non c’è più una stanza d’albergo libera da Viggiano a Brienza

Domenica, 29 Ottobre 2017 07:26 Written by

SAGRA MUNNAREDDA TRAMUTOLA: L’IMPEGNO DI FEDERALBERGHI-CONFCOMMERCIO A PROMUOVERE ITINERARI ENOGASTRONOMICI

Per l’VIII sagra della castagna munnaredda di Tramutola non c’è più una stanza d’albergo libera da Viggiano a Brienza. Il presidente di Federalberghi-Confcommercio Michele Tropiano parla di tradizionale appuntamento di formidabile attrazione turistica sottolineando  che “l’itinerario enogastronomico, opportunamente organizzato, segnalato e promosso, diviene una vera e propria componente del turismo tanto più significativa in cosiddetta bassa stagione quando alberghi e ristoranti fanno fatica ad avere ospiti in camera e a garantirsi coperti al tavolo. E poi – aggiunge – i sapori d’autunno sono un forte richiamo per i gourmet. Proprio come stiamo facendo dando seguito al tour-educational di operatori russi ed esteri puntando molto sulla gastronomia”.

Il segreto di successo sta nel legare un prodotto simbolo delle risorse naturali di un territorio con la promozione di tutte le altre risorse (alimentari, ambientali-naturalistiche, culturali, storico-monumentali) dell’intero comprensorio Val d’Agri. La Sagra – resa possibile grazie al grande impegno e alla passione di numerosissimi volontari coordinati dalla Pro Loco, fortemente attaccati alla tradizione – invita a scoprire le caratteristiche dei frutti e non solo, con benefici per ogni attività economica, dalla ricettività alberghiera, alla ristorazione, a commercio e artigianato.

A riprova del “business” -il turismo enogastronomico vale 5 miliardi di euro e si conferma, anno dopo anno, il vero motore della vacanza Made in Italy che è l’unica nel mondo a poter offrire ben 176 denominazioni di origine riconosciute a livello comunitario e 4396 specialità tradizionali censite dalle regioni, mentre sono 477 i vini DOC- Federalberghi fa riferimento ai dati di un Rapporto realizzato da AIGO, società di consulenza in marketing e comunicazione specializzata in turismo, ospitalità e trasporti, su “Turismo Enogastronomico – L’esperienza culinaria in viaggio: la chiave di volta nella scoperta di un paese”. Secondo il 53% degli intervistati, il settore enogastronomico viene prenotato indifferentemente da uomini e donne; solo per il 23% degli intervistati invece è una tipologia di viaggio prenotata da donne, e addirittura solo per il 13% dagli uomini. L’età media del cliente tipo si aggira fra i 36 e i 55 anni per il 58% degli intervistati. Il 30% indica invece gli over 55 come i principali viaggiatori di questo segmento e solo l’1% ritiene che a prenotare siano persone di età compresa tra i 20 e i 35 anni. Il 45% degli addetti ai lavori dichiara che la spesa media per persona al giorno è al massimo di 250 Euro. Il 19% ritiene non sia superiore a 100 Euro. L’11% indica una spesa compresa tra i 250 e i 500 Euro; l’8% riporta un budget tra i 500 e i 1.000 Euro e solo l’1% investe più di 1.000 Euro. La maggioranza degli intervistati (58%) ritiene che la durata preferita per questo tipo di soggiorni enogastronomici sia di 2-3 giorni. Il 23% indica una settimana di permanenza e solo l’8% indica una sola giornata. Il 3% preferisce spostarsi per 10 giorni o due settimane. Secondo il 50% degli intervistati sono le coppie a preferire gli itinerari culinari. Seguono i gruppi di amici (18%) e le associazioni/gruppi tematici (15%), il 9% si sposta con la famiglia e solo il 2% viaggia solo.

Dunque – commenta Tropiano - il turismo enogastronomico è un nuovo modo di viaggiare che sta conquistando un numero sempre crescente di appassionati, alla ricerca di sapori e di tradizioni autentiche. In questo contesto, infatti, il cibo assume un ruolo nuovo, diventando il medium di un territorio, di una cultura e dei valori legati alla terra ed alle proprie radici.

PASTA DAY: COME CUCINARE LO SPAGHETTO AL POMODORO “PERFETTO”

Mercoledì, 25 Ottobre 2017 13:00 Written by

Come piatto simbolo della Giornata della Pasta 2017 – che si festeggia oggi rigorosamente con la forchetta in tavola - è stato scelto lo spaghetto al pomodoro che racconta meglio di tutti la magia della pasta italiana. La loro preparazione è semplice solo in apparenza, perché dato che la ricetta richiede solo due ingredienti base, diventa davvero un sottile gioco di equilibro dei sapori. Molti cuochi amano cimentarsi nel realizzare «il piatto di pasta al pomodoro perfetto», in grado cioè di trovare l’unanime consenso dei buongustai  soprattutto italiani.

Ma come si preparano gli spaghetti al pomodoro perfetti? Lo abbiamo chiesto allo chef Roberto Pontolillo che al Black Pepper di Potenza deve accontentare tutti i palati.

«La mia ricetta è semplice», spiega chef Roberto: «utilizzo pomodori freschi, datterini e ciliegini (meglio se sbollentati e sbucciati) insieme a un po’ di salsa e faccio cuocere lentamente, con sale e peperoncino oppure olio aromatizzato al peperoncino. Poi butto la pasta e quando mancano 4 minuti alla cottura la finisco mescolandola in pentola con la salsa. Infine, parmigiano e  due foglie di basilico. Tre concetti principali: la qualità del prodotto, la tendenza a valorizzare in primis la pasta che entra nel piatto da protagonista e la concentrazione del sapore nel sugo o nella salsa. Non amo mescolare gli elementi, proprio per esaltarli separatamente», dice.

C’è poi un'annosa questione tutta italiana: il grado di cottura. Al Nord è poco al dente? Al Sud troppo? E nel Centro Italia? «Un conto è la pasta cruda, un altro è servirla al limite dello scotto. È fondamentale che si veda l’anima del formato, questo evidenzia una cottura corretta al di là dei gusti personali e della caratteristiche del singolo cuoco».

La pasta è un piatto che dà un senso di sazietà immediato e grazie al suo apporto di zucchero stabilizza anche l’umore, questo è utile nei giorni infrasettimanali. La domenica, invece, la pasta ricorda la famiglia.

Oggi, però, c’è un alleggerimento dei condimenti: utilizziamo cotture alternative riproponendo i piatti della tradizione in maniera più salutare».

 

 E l'Italia si conferma paese pasta-lover in assoluto: leader non solo per produzione (con 3,2 milioni di tonnellate precediamo Usa, Turchia e Brasile), ma anche per consumi: con 23,5 kg pro capite nel 2016, ci piazziamo davanti a Tunisia (16 kg pro capite) e Venezuela (12 kg) e Grecia (11,2 kg). Seguono poi i paesi in cui il consumo pro capite oscilla tra i 7 e i 9 kg: Svizzera (9,2), USA e Argentina (8,8 kg) tallonati da Iran e Cile (8,5 kg). Secondo una ricerca Doxa, in Italia la mangiano tutti (99%) in media 5 volte a settimana. Per il 46% è l'alimento preferito: gusto (fattore primo nella scelta della pasta), tenuta in cottura e la capacità di non rompersi quando la giriamo, sono gli elementi che costruiscono l’alchimia della pasta perfetta.

Inutile pensare ad alternativa: la pasta al pomodoro è e rimane l’icona. E «Ci facciamo due spaghetti?» è diventato sinonimo di un invito a cena informale a casa.

CIBO - Apre a Potenza il primo ristorante messicano in Basilicata

Martedì, 12 Settembre 2017 12:17 Written by

Anche a Potenza è possibile mangiare messicano.  Il primo locale di autentici piatti della cucina scelta dall’Unesco dal 2010 come Patrimonio Mondiale dell’umanità è stato inaugurato ieri nel centro storico della città (via Orazio Flacco, 13 – Portasalza).

Cibo - Cancellara inaugura la Sagra della Salsiccia 2017

Venerdì, 08 Settembre 2017 10:02 Written by

CANCELLARA - Inizia sabato 9 settembre e prosegue fino a domenica 10 Settembre la nona edizione del Salsiccia Festival a Cancellara, a pochi chilometri da Potenza. L'evento, dedicato alla Salsiccia a catena di Cancellara, uno dei prodotti tipici più rappresentativi della Basilicata, è organizzato dall'amministrazione comunale con la collaborazione di associazioni, volontari e macellerie e con il contributo della Regione Basilicata.