Lunedì, 18 Giugno 2018

MUSICA - Quella "prima volta" dei Negramaro nel bowling di Metaponto

MUSICA - Quella "prima volta" dei Negramaro nel bowling di Metaponto Featured

Sembrava di stare in America, quando lo inaugurarono, in quel lontano 2002. Grande, immenso, illuminato. Così si presentava il bowling di Metaponto agli albori del nuovo millennio. C’erano i tabelloni, quelli dei punteggi; le piste in legno, da calpestare rigorosamente con le scarpette blu, anni Venti. Che facevano tanto swing, che sapevano tanto dell’America di Fonzie ed Happy Days.

Mancavano solo Ricky Cunningham e le cameriere, quelle dai collettoni bianchi su camicie blu e dal seno prominente. Dai rossetti rossi, laccati, lucidi, quelli che - per intenderci - facevano annebbiare neuroni ed ormoni ad adolescenti già scombussolati di loro. Per il resto c’era tutto: i divanetti a righe orizzontali bianche e celesti, il bar con i milkshake e gli hamburger a mille piani.

Ma ci pioveva dentro. Sulle piste dovevi scansare le pozzanghere. 

C’era il ristorante, al piano di sopra, per i genitori dei teenager dal birillo facile che, agli occhi, alle tasche - per la verità - dei proprietari doveva far batter cassa. 

Al piano di sopra c’erano i tavoli, quelli seri. Era lì si facevano le feste, le presentazioni dei libri. Il mondo degli adulti. Sopra, coi tacchi. Sotto, con le sneakers. Sopra, la musica classica; sotto, l'hip hop. Ma anche pop, rock, i lenti... Le serate, passate tra latino americani e discoteca, dopo una certa. E i ragazzi, che entravano solo se in pari numero rispetto alle ragazze.

Dentro continuava a piovere. Sulle piste, tante e ingestibili erano diventate le pozzanghere. Si giocava lo stesso, ad oltranza. Pioveva, ma le partite continuavi a fartele.

Finché le piste iniziarono a scarseggiare. E giù a chiudere la sei, poi la cinque, in un progressivo stillicidio di scarpette: meno paia per sempre meno avventori. E sì perché ne erano rimaste poi tre, poi due, di piste, su cui far scivolare quelle sfere pesanti e numerate chiamate a sterminar birilli.

Dentro continuava a piovere. Non si poteva giocare più. A meno che non volessi scivolare tu, dietro ai birilli. O fratturarti un femore, fracassarti il naso, frontalmente, dietro la palla, contro i birilli.

 

Li chiamano “cimiteri industriali”, in America. E sono quelle strutture (gli ex drive in, per esempio), quegli edifici un tempo "ruggenti" e poi ridotti al silenzio. Al silenzio cimiteriale dell’inattività, tipica di una società non più pronta ad accoglierle, per l’incedere di nuovi, futili bisogni; per l’avanzare di tecnologie sempre più al passo coi tempi.

 

Il bowling di Metaponto non è - oggi - nient’altro che questo: la carcassa di un leone che non ha più trovato la forza di reagire. E che di inedia, rantolando, è morto. Nel silenzio della folla, nella vorace indifferenza di un bulimico consumismo che fagocita per poi sputare quei bisogni, dapprima identificati quali necessità.

Passi, sulla ss106 e quasi quasi ti fa pure pena. Lo osservi, lo senti quasi rantolare. Lo ricordi quando, ai tempi, inviava raggi in ogni dove, per richiamare la tua attenzione. E quando non c’erano i segnali luminosi, li affidava alla musica, i suoi richiami.

“Touch Down”, si chiamava così. Era il 2002 quando irruppe in una Metaponto abituata a vivere solo di sabbia e ombrelloni. Solo d’estate, solo per molti, i turisti, per pochi mesi.

“E d’inverno, a Metaponto, che fate di solito?”

Beh, da quel momento iniziavi a farti invidiare dal circondario perché a Metaponto c’era il bowling.

“Invece voi... voi ce l’avete, il bowling?”

I primi appuntamenti, le prime uscite, freschi di patente, su una temutissima e pericolosissima ss 106.

 

Poi il silenzio. Il silenzio dell’acqua, che per Metaponto è stata sempre - oggettivamente - un problema.

 

Capita, a volte, che quel che esce dalla porta, rientri poi dalla finestra.

Ed è con le gambe e con tutti gli strumenti, per la verità, che Giuliano - lì dentro - ci è rientrato. Lui e la sua scalmanata banda di rumorosi ragazzetti, che il resto d’Italia chiama ‘Negramaro’. E’ il Touch Down che i Negramaro hanno scelto per “La prima volta”. Per risuscitare, per far ruggire - chissà - forse per l’ultima volta quei divanetti a righe, quelle piste del leone assiepato e morente, sul ciglio della statale 106.

 

L’Italia lo ascolta, i Metapontini guardino “La prima volta”. Sarà un po' come sfogliare, per l’ultima (volta), l’album dei ricordi; sarà come passare in rassegna tutte quelle emozioni che, lasciate in sordina, finiscono per sbattertisi in faccia più forti di prima.

 

Che escono dalla porta e rientrano dalla finestra, appunto.

 

 

 

VIDEO: Negramaro, "La prima volta"

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