Sabato, 16 Dicembre 2017

Il presepe lucano? Quello pacchiano! La proposta di Franca, sarta di Grassano

Il presepe lucano? Quello pacchiano! La proposta di Franca, sarta di Grassano Featured

“Pacchiano” è, in Italia, l’individuo privo di buongusto. “Pacchiana” è, nel Mezzogiorno d’Italia, la contadina vestita in abiti tradizionali, dai morbidi panneggi in velluto, dalle camicie orlate e ricamate a mano. L’abito della festa, l’abito più bello della Lucania degli anni Cinquanta. Corpetto stretto, abbondante gonna, camicia bianca dalle maniche ampie e corte. L’abito della domenica, l’abito buono.

I TESSUTI - Ed è di velluto, di morbide onde vellutate di stoffe ben curate che Franca D’Aria, artigiana della stoffa grassanese, veste pazientemente, da anni, le sue natività. Tanto da farne un presepe: il presepe pacchiano, appunto. Tanto da identificarlo quale presepe lucano per eccellenza. E quanto è vero che l’abito fa il monaco, è l’abito il punto di partenza del presepe di Franca. L’abito tradizionale grassanese, nello specifico. Per essere lucana, la sua, quell’opera, doveva essere riconoscibile dai panneggi, dalle stoffe, dall’abito. Per essere lucano, il suo, doveva essere il presepe dei contadini.

 

IL TERRITORIO - Grassano poi ha fatto il resto. Grassano, terra di Franca; Grassano, già terra del maestro Artese. Grassano, sintesi ideale del paesaggio lucano, incastonata com’è tra colline e Basento, a metà strada tra Potenza e le rive dello Ionio. Là, “dove riposa il falco” e dimora la civetta, perché nulla - di fatto, ancora - riesce ad ostacolarne il volo.

Ecco perché il maestro Artese la sceglie, la intaglia; ecco perché Artese elegge Grassano, la sua Lucania, a scenario ideale in cui immergere le statuine del suo presepe. Che raggiunge  il Vaticano; che vola a New York; che Firenze, in questi giorni, favorevolmente accoglie.

 

IL PRESEPE PACCHIANO - Ma per quanto la natura possa far tanto, per quanto lo scenario - già di suo “parlante”, di colline coltivate a grano - conti, tuttavia non completava. Non completava: serviva la gente, il popolo, la gente di Lucania a popolarlo, quello scenario, quel presepe. Servivano i lucani ad animare quelle inerti rocce, a farle... “respirare”. Perché, queste ultime, fungessero solo da mera cornice alla fornace del fabbro, al tavoliere del panettiere, ai luoghi di quei mestieri antichi che lo scorrere del tempo, in Lucania, ancora lascia intatti.

Ed è il tocco di una sarta a vestire del giusto panneggio il lavoro del falegname, a conferire la giusta regalità alla dolcezza di una madre, all’austera compostezza del padre di Cristo bambino.

 

Si chiama “presepe pacchiano” e, grazie ad un’artigiana della stoffa lucana, prende vita a Grassano. Si chiama “presepe pacchiano”, ma altro non è che lo spaccato più autentico della Lucania che fu.



*”Lucania”, Mario Trufelli.

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