Giovedì, 27 Aprile 2017

Il Poeta di Bologna

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BOLOGNA - E’ una via di mezzo, via D’Azeglio, letteralmente. Che tu acceda da via Farini o da Piazza Maggiore, è uguale: ti renderai conto già da subito delle dimensioni della grandezza. E’ la via della moda, via D’Azeglio: palazzi signorili e torri se volgi il naso in su, mendicanti, scacchi, giocolieri se ti volti in giù. Ma quel che conta, in via D’Azeglio, che tu acceda da via Farini o da Piazza Maggiore, è che al centro ci troverai una chiesa ed una piazza, Piazza dei Celestini. E sarai arrivato a casa di Lucio.

Il quattro marzo, se percorrevi via D’Azeglio, in un senso o nell’altro, non importava che tu avessi lo sguardo alle nuvole o alle lastricate strade: le tue orecchie si sarebbero impregnate, inondate, riempite di note a ricordarti che quella, prima di tutto, è la strada di Lucio Dalla. Ed è da qui che parte il nostro viaggio.

Al numero quindici di via D’Azeglio Lucio, negli anni Sessanta, prese casa. Tre gradini ed un portone, ligneo, immenso, che perde la sua austerità, tutta, quando aperto. La perde, per strada, affidando l’oscura, imperturbabile austerità ad un atrio luminoso ed ampio dato ad una magnolia alta quanto tutto il palazzo. E quando il sole bacia Bologna, quell’atrio, diventa il cuore arancione e vivo del numero quindici di via D’Azeglio, della casa di Lucio.

Duecento metri quadri più duecento e due mansarde (oggi vendute) per una casa che col tempo ed i viaggi cresceva insieme a lui. Cresceva e si apriva: all’accoglienza, alle opere, agli uomini. Ed una nota, il legno, chiamato a fungere da collante nelle stanze costellate di cimeli e affreschi, tra Settecento e Novecento, di macchine Singer a pedale quanto di Tapiri d’Oro. Il tutto in un armonico caos da cui non riesci proprio a sentirti soffocato. Stanze grandi, saloni alti per il Lucio pubblico, quello che incontra la Siae, quello che ospita i concerti in casa. Stanze anguste, a volte oscure ed intime, ma piccole, quelle che lui destina al suo privato, in una fisarmonica dell’anima che sa quando espandersi e quando, schiva, ritrarsi.

L’ingresso. Due rampe di scale, fatte di quei gradini che nei palazzi bolognesi sono tanti ma bassi e consumati. Entri e ti chiedi se sia il caso di farti il segno della croce. Poi un presepe, maestoso ed imponente, è quel che ti si spalancherà in faccia, dono di un artigiano di Spaccanapoli, al centro della sala. Tutto il resto è fatto di foto e, sulla tua destra un settecentesco, austero quadro di un gladiatore a ricordarti che quel colossal, Lucio, l’aveva visto almeno 15 volte.

Nella sala accanto tappeti e affreschi. Lo sguardo si confonde tra l’oggettistica, di varia origine e afferenza, e tra sacro e profano oscillerà sempre tutto l’equilibrio della casa e dell’uomo.

 

La stanza dell’Esibizionista. Così chiamata per la presenza di una statua a dimensione naturale di uomo con lo spolverino schiuso e rivelare... l’osceno. Alle spalle, una parete lignea fatta di una porta sottratta ad una chiesa, divenuta anta d’armadio per poi farsi base di un soppalco/stanza degli ospiti: è lo studio - pubblico - di Lucio. Poi un pianoforte, i cui tasti, accarezzati da Bocelli a Piero Angela (tra mito e leggenda) dà pienamente su via D’Azeglio.

Chissà d’estate, negli arsi pomeriggi agostani, chissà se quelle finestre si siano mai schiuse; chissà quante volte “Caruso”, “Canzone”, accaldate, si siano sparse sotto i portici, abbiano invaso le chiese, raggiunto i merli, sorvolato le torri. Inebriato San Petronio, ubriacato i padiglioni dei passanti, volteggiato su Palazzo d’Accursio, confondendosi nelle dita benedicenti del Patrono, Petronio. Appunto. Chissà - se e quante volte - le storie dei ballerini, del mare, dei gabbiani, di ladri e prostitute abbiano costituito le fiabe chiamate ad addormentare gli adulti sotto al cielo della Bologna che si preparava al tramonto.

 

Lucio e/è Bologna, Bologna e/è Lucio. Perché - sapete - Lucio è Bologna, Bologna è Lucio. E non lo comprendi, non fino in fondo, se nella rossa, nella grassa, nella dotta, non ci sei stato, se non hai mai mangiato la pizza di Altero, se non ti sei fatto un giro sotto i portici. Se non ti sei mai sdraiato in Piazza Verdi, non sei salito sulle scale consumate del 38 di via Zamboni, tra murales e bici, tante bici. Tra le strade, fatte di campanelli e studenti in pari numero, per le strade, magari ad evitare i piccioni che ti piovono in testa.

Ma torniamo a casa sua.

 

Lo studio. Studio e camera da letto sono ambienti piccoli in maestosa casa. Ambienti intimi che sfociano in sconfinate e piene sale, quasi alla ricerca forsennata di una intimità fatta di piccole dimensioni, zeppe: di album e di foto, di velluti e pellicce. E nell’irriverente gioco della decontestualizzazione, un letto nello studio e un tavolo in camera da letto. Gingilli pagani, irriverenti e sacrileghi e oggettistica sacra, molto sacra, alternarsi ai tanti bastoni e alle giacche di velluto. Lo stile fa l’uomo: il panama ed il bastone fanno Lucio.

Il letto è rivestito di pellicce e sulle pareti il guanto di Padre Pio. Nello studio, tra copertine d’album e foto, un divano di velluto blu con scritte in cirillico ed un pezzo del Muro di Berlino.

La stanza dei giochi. Carillon e trottole. E’ qui che viene fuori l’anima di Lucio. La stanza dei giochi è il desiderio represso, è una di quelle cose “che non lo ammetti, ma di nascosto le fai’. È una stanza, è una matriosca perchè contiene anche un cinema, di quelli antichi, seri, dei film, quelli seri, in bianco e nero. Perché serie sono le sedie, rigide e lignee, di quelle da riformatorio per la postura schiena dritta e gambe ad angolo retto. E a far da sfondo la leggera morbidezza del drappeggio vellutato ad accogliere le proiezioni.

Quel che resta (della casa). Poi, ad un certo punto la vita, o forse solo quella sala, ti costringe a tornare alla realtà. La realtà, quella cosa fatta di bollette e accordi commerciali. Quella dei conti, del fine mese, di Enel e Acquedotto. Insomma, quella che fa sfociare la stanza dei giochi direttamente, ad estuario, nella sala col tavolo centrale per la Siae, per “Pressing”, la casa discografica di Lucio . Quella per produrre gli artisti che la Rca non avrebbe condiviso, quella per aggirare le censure e garantire la libera espressione prima di tutto, prima di tutti.  Quella che era la libertà che si fa Arte.

 

I premi, i riconoscimenti, le locandine. Tutto si era portato Lucio in quella casa: pezzi d’Italia, pezzi di mondo. Tutto, a Bologna. Lucio è Bologna, Bologna è … ogni giorno un po’ più orfana di Lui.

Lo vedevi passeggiare tra piazza Cavour, in Santo Stefano. Lui, sempre discreto e semplice, sapeva di poter passeggiare in una città elegante e sobria e che lo lasciava andare senza importunarlo, che lo ospitava senza chiedere, che gli regalava silenzio e caos, di D’Azeglio e Indipendenza. Il lusso di Cavour e la povertà di Otto Agosto. Ma che, sempre e comunque, sapeva mancare.

 

Il quattro marzo, via D’Azeglio, era fatta di note. Ma quand’anche non ci fossero state, “per le strade e tra la gente”, quella è, sempre sarà, la via di Dalla, Lucio, cantante bolognese.

Quando entri in via D’Azeglio, che sia o meno il quattro marzo, Lucio sarà lì, tra piccioni e portici, ubriachi e derelitti, prostitute e pittori.

Perché - sapete - Lucio è Bologna, Bologna è Lucio.

Video: https://youtu.be/z24DlZzgEXo

Photogallery a breve sulla pagina ufficiale de ilMetapontino.it (https://www.facebook.com/ilmetapontino.it/

Alba Gallo

Read 284 times Last modified on Sabato, 18 Marzo 2017 13:20
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