Mercoledì, 29 Marzo 2017

Panama al bivio tra desiderio di trasparenza e tentazione di segretezza

Panama al bivio tra desiderio di trasparenza e tentazione di segretezza Featured

Se esistono tanti piccoli e grandi paradisi fiscali la ragione sta nel fatto che questo fa comodo soprattutto agli Stati Uniti ed all’Europa. Se non parte da queste due regioni del mondo la vera richiesta di trasparenza e tracciabilità, non ci sarà commissione d’inchiesta o governo nazionale che potranno cambiare le cose

Tutti voi ricorderete il clamore mediatico che, alcuni mesi fa, fecero i famigerati Panama Papers, i documenti segretissimi dello studio legale panamense Mossak/Fonseca che vennero messi a disposizione dell’associazione americana di giornalismo investigativo e da questa condivisi coi colleghi di tutto il mondo.
I Panama Papers non hanno fatto altro che svelare il segreto di Pulcinella: cioè che magnati dell’economia e potenti della politica di ogni angolo del mondo, per anni, almeno dal 1977 se non prima, hanno utilizzato la piccola repubblica centramericana per evadere le tasse ed accumulare fortune coperte da un segreto blindatissimo. Si sapeva che molti redditi fantozziani dichiarati da faccendieri ed imprenditori non erano che la facciata di un molto ampio e diffuso sistema di aggiramento del fisco: mancavano le prove, fornite infine dalla straordinaria scoperta giornalistica americana.
La figuraccia internazionale ha creato un movimento di opinione ed un sussulto di dignità nella classe politica panamense che ha voluto che si costituisse, a Panama, una commissione costituita da esperti internazionali oltre che da studiosi locali, che studiasse la possibilità di superare l’attuale condizione di paradiso fiscale ed assumere il ruolo più neutrale di Svizzera centramericana, appetibile dai magnati della finanza ma anche moderna.
Per un paese che, sotto Noriega, era la quintessenza dello spaccio e della criminalità sotto ogni possibile ed immaginabile forma, il passaggio a ‘paese normale’ non è stato né facile né indolore, ma molti passi avanti sono stati fatti da trent’anni fa ad oggi.
Il raddoppio del Canale di Panama, la posizione strategica rispetto agli Stati Uniti, la vocazione da sempre internazionale hanno attirato verso Panama interessi leciti ed illeciti da tutto il pianeta e intorno a questo flusso mellifluo di denaro si è costruita una nuova identità economica del paese: un paese buono per evadere e riciclare.
Tutto questo denaro ha creato benessere, posti di lavoro e speranze di vita: ma anche il bisogno di una strettissima, impenetrabile segretezza nelle transazioni bancarie, una di quelle segretezze che porta ad essere annoverati nella black list dei paesi di cui aver paura.
La commissione internazionale nominata dopo lo scandalo dei Panama Papers e presieduta addirittura dal premio Nobel prof. Stiglitz, una volta insediatasi e resasi operativa, ha cercato di dialogare con le istituzioni pubbliche e private che dovevano, teoricamente, voler uscire dal cono d’ombra che lo scandalo internazionale aveva creato: ma non ci è riuscita.
La tentazione di tenere ben stretti i miliardi di dollari e di altre valute pregiate in deposito o in transito da Panama, ha creato un muro contro muro tra commissione e stato panamense e sembra difficile che, in futuro, le cose possano cambiare radicalmente.
Noi, da questa parte dell’oceano, dobbiamo però chiederci: “Se Panama è diventata un paradiso fiscale, un paese da black list, è davvero tutta colpa di Panama”?
Io credo di no. Se esistono tanti piccoli e grandi paradisi fiscali la ragione sta nel fatto che questo fa comodo soprattutto agli Stati Uniti ed all’Europa. Se non parte da queste due regioni del mondo la vera richiesta di trasparenza e tracciabilità, non ci sarà commissione d’inchiesta o governo nazionale che potranno cambiare le cose.

Read 423 times Last modified on Martedì, 14 Febbraio 2017 16:42
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