Lunedì, 21 Agosto 2017

Radio Raptus Bernalda  - Sogni, note e l'invenzione della radio... digitale

Radio Raptus Bernalda - Sogni, note e l'invenzione della radio... digitale Featured

Che vita sarebbe se avessimo tutte le risposte che cerchiamo? Che mondo sarebbe se avessimo già le risposte ancora prima di fare le domande? Un po’ come mettersi i cerotti prima di sfasciarsi, rovinosamente, le ginocchia ed  imbrattare “pollockianamente” casa di sangue. Ma vuoi mettere?

Niente bestemmie, niente imprevisti, niente sorprese o figuracce. Eccezion fatta per le previsioni del tempo, sapere come andrà a finire la giornata è utile, probabilmente, solo per evitare di tornare a casa bagnati come stracci. E di sbagliare, non foss’altro per evitare di sciropparsi la storia del “ciò che non uccide, fortifica”, di Ferro, Nietzsche, MammaTua. Dirige l’orchestra Beppe Vessicchio, canta Friedrich Nietzsche.

Prendete Mr Pemberton, ad esempio: pensava di aver creato un analgesico, dal buio delle sue provette e dell’asettico, sterile, suo laboratorio. Nel mentre, stava inventando, invece, nel buio della sua candida inconsapevolezza, la Coca Cola.

Poco più distante e qualche anno più in là, una giovane band strimpellava, con buona pace dei vicini, con la chitarra, ripetendo sempre-lo-stesso-ossessivo riff, per due, tre, cinque, estenuanti volte. Nella stanza accanto, qualcun altro, quell’adagio, lo stava prendendo sul serio, trasformandolo nei cinque minuti di note e canzone che Axl Rose consegnerà alla Storia con il titolo di “Sweet child o’ mine”. U know?

Era un riff con cui stavo giocando già da un po' di tempo, cercando di mettere a posto tutte le note”, racconterà Slash. “Eravamo seduti in un salotto (...). Era solo una cosa fatta un po' per divertimento, poi Izzy Stradlin ha cominciato a suonare degli accordi ed ho sentito arrivare la vibrazione del brano. Probabilmente Axl ci ha sentiti dalla stanza da letto al piano di sopra perché il giorno dopo, in sala prove, ci ha chiesto di ricominciare a suonare quel riff”.

 

Bernalda, 1998. Nelle sale italiane usciva “Radiofreccia”, il film che segna l’esordio alla regia di Luciano Ligabue. Un film di partenze e di “prime volte”. Di chi non sa ancora bene come andrà a finire, ma, nonostante tutto ci prova, “ci crede un po’ di più”. Storie di amore, di droga ed altri accidenti si alternano sulle intemperanze sonore di un brano gravato dalla responsabilità di chiudere, con un degno giro di note, quel che del Nocevento restava.

“Credi, credici un po’, metti insieme un cuore, prova a sentire”.

Poi il cinema fa il resto perchè quando entri in sala, sai come entri, ma non puoi prevedere - eraclitianamente - quanto, quel film, ti scaverà, ti lavorerà, ti entrerà in testa. Quando entri in sala, sai come entri, ma non puoi prevedere come ne uscirai.

 

Nel 1998 avevi bisogno di dieci bollini del Dash per avere una fantasmagorica, plasticissima radio, alimentata a batterie ma anche elettricamente. Forme arrotondate stile Liberty che facevano tanto anni Venti ed un colore, il mogano, falso quanto i capelli di Paolo Limiti sanno essere. Ma fermamente la desideravi ed una volta ottenuta, di quella radio, eri fiero. Fiero perché faticoso frutto della costanza e delle pressioni psicologiche sulla mamma, che altro bianco non doveva conoscere se non quello del Dash. Fiero te ne andavi in cameretta, giravi la tua bella manopolina a destra, sistemavi la frequenza e lasciavi che ogni spazio vuoto fosse riempito dalle note, quelle che d’estate lasciavi libere di spargersi oltre la finestra, in strada, in piazza, per la via. Tra bestemmie degli anziani e le urla dei vicini.

Era tutto incredibilmente fisico, negli anni Novanta. Anche la musica, che non s’avviava se non giravi, premevi, prendevi (la musicassetta). A volte, per sbaglio, premevi “Rec” e “Play”, contemporaneamente, e cancellavi tutto. Condividere un brano, in gita, voleva dire prendere gli auricolari, sederti accanto alla ragazza che ti piaceva e metterne uno nel tuo orecchio sinistro e uno in quello destro della ragazzina. Altro che “share”, “like” e faccine gialle!

 

Ora, prendete tutte queste suggestioni: insomma… Ligabue, le musicassette, la radio, l’estate.

A Bernalda, a quattordici anni, se c’era una cosa che ti riusciva bene era coltivare i sogni. Sì perchè realizzarli era un’altra storia. Sì perchè - è vero - i sogni sono di tutti, ma se nasci a Milano sai che da lì al tradurli in realtà, è un passo. Beh, se nasci al Sud le cose vanno un po’ diversamente e non sempre puoi permetterti di realizzarli, così devi coltivarli, con passione, farli diventare immensi e come una grande bolla di sapone, farli uscire dalla finestra, farli esplodere e far sì che di sapone e fantasia si impregni il resto del mondo che c’è sotto.

 

Sogni di avere una cucina grande? Allora prenderai la terra, la innaffierai e la metterai in un pentolino posticcio, che porrai su di un marmo al di sotto del quale immaginerai esserci dei fornelli. Il resto lo farà la fantasia del bambino, che colora, riempie, fa. E’ questo il bello dell’infanzia, che tutto può, tutto fa. L’estate si passa in strada, tra una campana di gessetti ed un nascondino in cui coinvolgi tutto il paese. Altro non ti puoi permettere. I sogni costosi e i tuoi genitori non te li possono comprare.

Figurarsi se puoi permetterti di sognare la radio. Ma se un’idea ce l’hai in testa, è inevitabile che cresca, si rafforzi, impregni di “sapone” quel che c’è sotto di te. Così inizi a parlarne con gli amici. E nel frattempo cresce. E tu con lei.

Gli anni Novanta, nel frattempo, sono andati via. Tu hai la barba, qualche ruga, ma quelle note, quelle maledette note ancora te le porti dietro. Nel frattempo la radio la ascolti dal pc, quello stesso sul quale, ora, stai scrivendo la tesi. La radio del Dash, invece, beh... non sai nemmeno più che fine abbia fatto. Non hai manopole da girare o frequenze da cambiare per evitare ronzii. Ora hai Spotify, Internet e una connessione performantissima e democratica nella misura in cui la connessione stessa t’assiste.

L’analogico ha fatto posto al digitale, mandando a farsi benedire la concretezza del contingente. Tradotto in sogni, questo vuol dire che non ti servono più tanti soldi per realizzare quel che desideravi da bambino: se vuoi fare la Radio, per esempio, non ti serviranno tanti soldi, ma idee e suggestioni, che metterai insieme, in un’unica apertura di braccia: Ligabue, l’estate, le cassette. E pure la radiolina del Dash. E se peseranno, beh, dovrai chiamare i tuoi amici, possibilmente i più stretti, quelli che ti conoscono da una vita, con cui puoi permetterti di condividerle, senza passare per visionario.

 

Siamo nel 2011. Ligabue non si sa se poi le abbia ritrovate, ma le sue parole erano ormai entrate in testa di uno, due, dieci ragazzi che, timidamente, in un paese di una regione che - come il concetto di Dio - c’è ma non si vede, come un tarlo nel legno. Le idee c’erano, il web aveva fatto il resto. E’ così che nasceva Radio Raptus, è così che a Bernalda, Radio Raptus, iniziava le sue trasmissioni.

 

Non uno studio, ma sei, tra Abruzzo, Lazio, Basilicata e Liguria ed ovunque Rete non li separi. Non separi gli speaker dalla loro Rete: che essa sia del Web, dei follower o delle note. Tanti interessi per altrettante trasmissioni. Ognuno con i suoi toni e mezzi toni, ognuno con la sua storia. A metterci la faccia, a metterci la voce, a mettere la propria impronta nella “walk of fame” dell’Etere.

E’ anche così che si segna il tempo, il proprio tempo, lo stesso che, tra qualche decina di anni o poco più, sarà consegnato al giallo ocra di un jpg quanto allo sfarfallio di una vibrazione in formato mp3.

 

Se nella vita avessimo le risposte prima ancora di fare le domande, beh... probabilmente mancherebbe il gusto stesso di viverla, questa vita. E se non si cadesse prima, non esisterebbe nemmeno l’orgoglio di rialzarsi, riprovarci. L’orgoglio di vincere.

Quando Pietro Ferrero sciolse il cremino del padre per dare una merenda gustosa anche ai bambini più poveri, non avrebbe potuto prevedere - in termini di felicità - che mondo sarebbe stato… senza Nutella.

Quando ti dicono che, nella vita, “l’essenziale è avere una buona storia e qualcuno a cui raccontarla”, devi iniziare a crederci.

E questa è la storia di Radio Raptus, di Giovanni, Dino, Davide, Filippo, Imma, Alex, Stefano. Di Marco e di Simone; da Bernalda, di Bernalda. Di chi, a trent’anni… “suonati”, crede fortemente che sono, davvero e da sempre, “i sogni a dare forma al mondo”.

#machenesannoiduemila

 

http://www.radioraptus.it/

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