Giovedì, 23 Novembre 2017

Il più buono d'Italia

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A Natale tutti sono più buoni, “ma lui di più, ma lui di più”. Il “lui” in questione è Vincenzo Tiri, 35 anni, da due “il pasticcere più bravo d’Italia”. “Fantasista dei lievitati,” “Picasso dell’uva sultanina”, chiamatelo come più v’aggrada, certo è che quel che Vincenzo Tiri è per la pasticceria e quel che la pasticceria è per Vincenzo Tiri... te lo può spiegare solo lui. Ed i suoi compaesani, che lo conoscono sin da quando si “impanava” (come solo le scaloppine) nella panetteria di famiglia.

Il suo segreto? L’arancia staccia. Il suo desiderio? Una giornata lunga 72h, nè più nè meno: esattamente quanto la lievitazione dei suoi panettoni.

Ma... Come nasce un mito? “GazzaGolosa” – evento culinario allestito sulle pagine rosa della Gazzetta dello Sport (sì, vabe’: avete ragione se vi state chiedendo cosa c’entri la MotoGp con i pasticceri...) indìce un concorso per premiare il miglior panettone d’Italia. Gareggiano tutti. E gareggia anche lui, Vincenzo, panettiere acheruntino, cresciuto a pane, crusco e lievito madre. Partecipa anche lui, che vive in un posto che dista da Milano qualcosa come 700 chilometri, 10.000 leghe, 100.000 rosette e una focaccia, casomai dovesse venirvi fame per strada. Partecipa, con lui, anche la Lucania che sta al panettone quanto la cotoletta sta a Matera.

Ma lui ci prova lo stesso. E manda il panettone in autobus, tra una valigia ed una damigiana, tra conserve e affettati, quelli che ogni giorno occupano i 2/3 degli autobus da Meridione a Settentrione.

E vince. Il suo panettone vince.

Da due anni i Milanesi (!) assaporano quanto soffice sia il suo panettone, misurabile con l’unità di misura dei materassi. E non c’è storia. Da due anni non c’è storia. Milano impara, Milano-mangia-Tiri.

72 ore di lievitazione e 3 impasti, ed una collezione autunno/inverno che sa farsi anche primavera/estate: i suoi panettoni non conoscono stagioni perché li si può assaporare anche in agosto, tra un cono e un caffè freddo.

E non li conta. Volutamente. Non li conta per spiegare il vero concetto di artigianalità, di quel profumo sano e genuino di prodotto fatto in casa, ormai affidato alle sole nonne. Ma almeno 70 sono le persone che ogni giorno, da due anni a questa parte, sono in fila ad Acerenza per ritirare i suoi prodotti appena sfornati. Roba che solo negli Apple Store e da Zara ad inizio saldi.

Quest’anno Vincenzo ci riprova, tentando l’ennesima prodezza: impasto all’olio d’oliva lucano.

Ennesimo “cucchiaio” alla pasticceria italiana, non inteso come “dolce al”.

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