Mercoledì, 29 Marzo 2017

Archeoaperitivo: i finger food a #casaCicerone Featured

Chi s’è inventato i Flinstones non s’era poi sbagliato di molto quando li mandava a mangiare hamburger al Drive In. Certo, magari dal Paleolitico a Giulio Cesare ci passa più di un Rubicone d’anni, ma sul fatto che il fast food non sia una geniale trovata di Ronald Mc Donald, c’aveva preso. E questa è una delle più grandi soddisfazioni della storia dell’umanità dopo l’invenzione dello scaldabagno, non foss’altro che per lo schiaffo morale a quei secchioncelli degli americani, fatti della stessa materia degli hot dog.

 

Ecco, magari ai tempi di Cesare non sarà esistito il McDrive (l’unico motore presente era l’amore e se avevi 120 cavalli, erano quelli che mangiavano fieno), ma si pranzava sempre fuori casa e che ti chiamassi Caio o Sempronio non contava un ficus: a lavoro facevi orario continuato, con un’ora di pausa pranzo. Poi, metti che avevi l’ufficio sulla Prenestina e casa a Torvaianica, col traffico delle bighe in tangenziale, non ce l’avresti mai fatta a mangiare la tua appetibilissima zuppa di legumi (con colatura d’alici) e a tornare in ufficio. Quindi andavi nella tua osteria di fiducia dell’amico di Sempronio, nel più vicino “termopolium”: la traduzione in travertino dei banconi del Mc, per intenderci. Non esistevano i menù (e nemmeno la coca cola), però si potevano ordinare i piatti del giorno e mangiare fugacemente con un buono pasto.

L’alternativa era portarsi da casa la fedelissima “schiscetta”. Roma (antica) – Milano: 7-0. Perché è bene che si sappia che la schiscetta non se la sono inventati i milanesi, tutti apericena ed Expo. Schiscetta, nata prima della cotoletta e quindi – presumibilmente – anche dell’uovo e della gallina. Nonché traduzione in vaschette di come mandare in cantina il concetto di “terronia”, insieme ai pigiamini di flanella. Caro il nostro Umberto…

Ma, tornando alla serie “prendi e porta a casa (e dì a mamma che sono ciliegie)”, accanto alla schiscetta c’era spazio, per ogni Caio che si rispettasse, anche per il “fagotto”.  Avete presente Sampei, il ragazzino che pescava sempre salmoni giganti che pesavano più di Giuliano Ferrara e Platinette sommati? Ecco, lui del fagotto aveva fatto la sua ragione di vita. E cos’hanno in comune Sampei e Giulio Cesare? Entrambi si portavano il pranzo da casa. Nel fagotto.

Sì perché ad abbondanti banchetti non sempre corrispondevano pance così capienti, pertanto era inevitabile qualcosa avanzasse. E non si poteva di certo buttare! Per cui era lecito (e non da zotici/pezzenti) portarsi a casa gli avanzi. Un po’ come si fa nei matrimoni meridionali da manuale, con le sostituzioni del caso: meno Cuki e più foglie di fico, per esempio. Poi, ad un certo punto, dopo i simposi si ricominciava a mangiare, dopo cena. Sì perché sarebbero arrivati pure gli invitati da 50 euro nella busta: quelli che si presentano al buffet dei dolci. Questa cosa si chiamava “commissatio” ed era a base di finger food (e non solo perché ancora nessuno aveva inventato le forchette). Apicio – Vissani: 10-0.

Questo e tanto altro imparerete, iniziando a seguire i convegni, tipo quelli di archeologia sperimentale; quelli – per intendersi – con meno scrivanie e più mani in pasta. Quello che ha organizzato, ieri,  la Soc.Coop Hera, ai Casalini, a Policoro. E succederà ancora il 16 di luglio ed il 30 alle nove e mezzo di sera.

Alba Gallo

Read 1662 times Last modified on Giovedì, 07 Luglio 2016 09:51
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