Lunedì, 21 Agosto 2017

Quello che le polpette non dicono

Dall'incontro della carne tritata con l'uovo nasce la sublimazione del gusto allo stato puro, la quinta essenza della papilla gustativa, il punto “g” della gastronomia: la polpetta, storia di un grande amore, storia di un incontro adulterino tra vitello e gallina.

 

La polpetta, soggetto singolare e femminile (e femminile singolare, se riferito a donna in carne), inanimato, dal nome recante in sé tutto un programma fatto di trigliceridi e lardo colante, di sinergie tra ingredienti semplici e calorici, perfetta sintesi di gusto e pesantezza.

Che poi, si fa presto a dire “polpetta”, se non la si ha nel piatto. Accade così che, ultimamente, anche gli ortodossi del macinato, i fissati del purismo alimentare, pare abbiano derogato a favore delle nuove contaminazioni, quelle che impongono che quanto abbia forma tonda e riceva il battesimo nell'olio bollente, si possa fregiare di tale titolo. Di polpetta, appunto.

Così il pane, le zucchine e finanche le melanzane, ai tempi di Masterchef, diventano altrettante polpette. Termine, che, per intenderci, non ha sinonimi. Al più potrebbe vantare fratelli maggiori: andatelo a spigare agli Altoatesini, a quelli che... le mele #celeabbiamosolonoi, provate a chiedere un piatto di Canederli: vi serviranno un paio di palle … di cannone rivestite di pane, per intenderci, con un cuore di formaggio che nemmeno dieci stabilimenti lattiero caseari sarebbero in grado di concepire!

E comunque, che siano di pane o di carne, per vegani o cannibali, per altoatesini o  leccesi, quello che le polpette (o Canederli che siano) non dicono è nascosto, sempre e comunque,  tra fianchi e girovita, con buona pace dei personal trainer.

 

Alba Gallo

(LUCANIADAMANGIARE)

Read 1670 times Last modified on Giovedì, 07 Luglio 2016 09:35
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