Nel luna park sanremese, arricchito quest’anno dalla giostra celentanesca in evidente stato di stanchezza creativa e da una noiosa e a tratti volgare comicità, il Woody Allen terronico – il brillante accostamento è venuto ad un collega giornalista – ha conquistato l’Ariston, parecchia Italia e i suoi paesani. Se ancora ce ne fossero di cuori lucani impermeabili alla sottile ironia di Rocco Papaleo, a quell’aria un po’ svagata dell’attore nostrano.
Sembra distratto, fuori posto con gli occhi allampanati, invece su quel palco è parso l’unico a sapere cosa fare. Senza costrutti, con un repertorio certamente collaudato ha preferito la cifra della lievità e dell’ umorismo semplice. L’elogio di Maria Teresa la brutta, il monologo sui treni persi e sul rimpianto, fino al riff de “La foca” col quale Papaleo, ieri sera, ha completamente guidato il teatro. Diventandone, a quel punto, il padrone.
Rocco il tecnico, Rocco col loden e la cartelletta, tecnica anch’essa, Rocco che conquista la copertina del “Taim”, Rocco iper connesso che aggiorna il suo profilo twitter praticamente in diretta, Rocco il lucano che salva un festival noisoso e disarticolato e omaggia di uno spot naturale, se stesso, una regione che forse mai si è sentita tanto rappresentata. Rocco il moderno anche col panino sponzato con la frittata (che magari caccerà fuori dal cilindro fino a sabato), e che più di tutti ha saputo raccontare un pezzo del paese.
La sua bella avventura su quel palco non è terminata, la gara canora penalizzata e offuscata nella prima sera dal sermone del molleggiato in crisi mistica proseguirà fino al gran finale di sabato, ma lui, il nostro Papaleo, ha già vinto. E con lui la semplicità di un arte comica che arriva e resta. Leggera.
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